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Il Blog di Riccardo Clementi
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Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione
ma la mia vita.
Perché l'amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l'ambizione mi chiamò, e io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell'inquietudine e del vano desiderio,
è una barca che anela al mare eppur lo teme.

Antologia di Spoon River - George Gray


“Ho compassione di questa casa: la maledizione le sta sopra sospesa. State a vedere che la giustizia di Dio avrà riguardo a quattro pietre, e suggezione di quattro sgherri. Voi avete creduto che Dio abbia fatta una creatura a sua immagine, per darvi il piacere di tormentarla! Voi avete creduto che Dio non saprebbe difenderla! Voi avete disprezzato il suo avviso! Vi siete giudicato. Il cuore di Faraone era indurito quanto il vostro; e Dio ha saputo spezzarlo. Lucia è sicura da voi: ve lo dico io povero frate; e in quanto a voi, sentite bene quel ch'io vi prometto. Verrà un giorno...” (tratto da "I Promessi Sposi" - Capitolo VI - Fra Cristoforo a Don Rodrigo)


 

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24 marzo 2011

MEDJUGORJE: TESTIMONIANZA DI UN VIAGGIO

(foto Riccardo Clementi - Medjugorje, 19 marzo 2011. San  Giuseppe) 
 
Il blog resta chiuso, ma per un'esperienza del genere si fa un'eccezione... in questi casi la testimonianza è un dovere...
 
MEDJUGORJE: TESTIMONIANZA DI UN VIAGGIO
 

“Ho visto cose che voi umani…”. Dopo essere stato a Medjugorje dal 16 al 20 marzo, in un pellegrinaggio organizzato da Paolo Brosio, potrei completare la frase del celebre film Blade Runner con queste parole: “ho visto cose che anche voi umani potete vedere, toccare, sperimentare”. Basta crederci, avere il coraggio e la forza di partire per arrivare in un luogo dove – per citare Suor Cornelia che a Medjugorje dona la sua vita agli orfani e agli anzianiil Paradiso è sceso dal cielo e si è incastrato tra il Krizevac e il Podbrdo. Qualcuno, prima della mia partenza, mi aveva messo in guardia dal rischio di miracolismo e mistificazione che pervaderebbe la cittadina di Medjugorje ed i sei veggenti ai quali da trenta anni appare la Madonna. Ebbene, dopo aver trascorso quattro giorni al seguito di uno straordinario Paolo Brosio insieme ad altri trecento pellegrini, mi sento in dovere di testimoniare la mia esperienza perché, come dice l’evangelista Luca, “và e racconta quello che il Signore ha fatto per te” (Lc 8, 39). Quanto segue è quello che ho visto, sentito, vissuto: siamo arrivati a Medjugorje giovedì 17 marzo, nel primo pomeriggio. La prima sensazione è stata di essere a casa. Come se avessi sempre conosciuto quel luogo. Come se fossi sempre stato atteso lì. Eravamo reduci da un lungo viaggio, nell’interno della Croazia brulla e sassosa nel contesto di un paesaggio ostile reso ancor più avverso dalla veemente pioggia che durante il tragitto non ci ha dato tregua. A Medjugorje tutto è cambiato. Subito. Vi ero già stato nel lontano ’87, alla tenera età di quattro anni e mezzo, di passaggio con i miei genitori nel corso di una vacanza nell’allora Jugoslavia. Non so se il senso di familiarità, che ho avvertito all’arrivo a Medjugorje, sia dovuto a quell’episodio. Forse sì, forse no. Ma di un fatto sono sicuro: Medjugorje, appena arrivi, ti accoglie senza chiederti niente in cambio. Ti trasmette immediatamente un senso di pace che, finché calpesti quella terra benedetta, non ti lascia. Ero sul pullman, guardavo la Chiesa di San Giacomo con i suoi due campanili che svettano verso il cielo ed avvertivo la pace. Piangevo. Ero commosso e non sapevo perché. Poche ore dopo Suor Cornelia, raccontando quello che fa con 110 bambini dagli 8 mesi ai 28 anni di età, mi ha dato una prima risposta: non c’è amore più grande che dare la propria vita per gli altri, per gli ultimi, per i più piccoli. Il 24 giugno di 30 anni fa nel giorno di San Giovanni Battista, profeta che ha dedicato l’esistenza alla venuta del Messia, la Madonna si è posata con il suo infinito amore in questo paesino della Jugoslavia comunista, stremata da una cinica dittatura, ed ha affidato a sei giovani ragazzi e ragazze una missione incredibile: partecipare insieme a Lei alla salvezza del mondo, condurre le persone a Gesù, alla conversione del cuore, alla salvezza qui sulla terra ed in cielo per l’eternità. Ecco perché Medjugorje è stata scelta. Dilaniata dal dolore, dalla sofferenza del totalitarismo, dalla solitudine, appesantita dalla croce di questo strazio, la Regina della pace l’ha cosparsa con il suo amore e l’ha riscattata facendola diventare un assaggio di Paradiso: il luogo dal quale insistenti preghiere per la pace fermano guerre e tragedie, il posto in cui uomini e donne di ogni parte del mondo ritrovano la fede, i malati guariscono, i cuori induriti si sciolgono, il Bene vince e Satana è sconfitto. Ecco Medjugorje. Non c’è miracolismo né mistificazione. Anzi, è proprio il contatto con i veggenti a convincere del contrario, come ho avuto modo di appurare nell’incontro con Vicka e nell’apparizione del 18 marzo a Mirjana, in occasione del suo compleanno: non parlano di sé, non fanno i protagonisti, non si prestano a strumentalizzazioni. Tutt’altro. Sono umili strumenti nelle mani della Madonna. Ad essa si prestano totalmente per farsi Sua voce ed essere sentiero su cui milioni di persone possono procedere per ritrovare il senso dell’esistenza, la pace del cuore, la risposta a ferite, tragedie, dolori. I veggenti sono solo megafono del messaggio della Madonna e dei cinque “sassi” che Lei ci consegna per essere felici: il Rosario, L’Eucaristia, la lettura quotidiana della Bibbia, il digiuno, la confessione mensile. Dio non delude mai chi si fida di Lui. Me lo ha confermato Paolo Brosio ogni volta che ha aperto bocca: parla e piange, toccato dall’amore del Padre, salvato dal baratro da Gesù che trasforma una vita di successo ma anche di profonda solitudine in un tesoro immenso, dono per l’umanità in cerca. Me lo ha ribadito Mirella, una delle nostre guide a Medjugorje che, raccontandoci la sua incredibile storia segnata da dolori indelebili ma soprattutto da una fede incrollabile, mi ha fatto cambiare totalmente prospettiva. Come se qualcuno mi dicesse: “Riccardo, tu chiedi, chiedi e chiedi. Ma cosa dai?”. Già, cosa do? La serenità non è nel chiedere con angoscia, non è nel volere piegare Dio ai nostri voleri con i tempi ed i modi da noi stabiliti. Ma è chiedere nella libertà del Suo amore, accompagnati dalla certezza che “chiedete e vi sarà dato” (Mt 7, 7 – 12) non è un proverbio di qualche pur saggio contadino ma una frase estrapolata dal Vangelo e pronunciata da Gesù. Questo non significa che Dio è un jukebox a gettoni, ma piuttosto vuol dire che quanti hanno il coraggio di abbandonarsi a Lui con incondizionata fiducia troveranno risposta. E allora stop con il chiedere e richiedere. È l’ora di mettersi di fianco a Gesù e ascoltarlo. Lasciarsi riempire da Lui. Mettersi a disposizione, come i sei veggenti. Dare e donarsi. E il resto, miracoli compresi, “vi sarà dato in aggiunta” (Lc 12, 31). Chi dà senza pretendere niente in cambio, chi rimane in Dio nella prova, chi resta sereno nella croce – fatto inspiegabile per quanti non conoscono la fede, ma così naturale per coloro che ne hanno sperimentato la grazia – riceve cento volte tanto senza neppure sapere come e perché. Succede e basta. È così per chi sceglie di vivere con Gesù e per Gesù. Chiedete a Paolo Brosio, chiedete ai suoi fantastici collaboratori, chiedete ai sacerdoti che sono stati chiamati a questa missione, chiedete ai coniugi che si sono sposati consapevoli della grandezza di questo Sacramento. E loro vi risponderanno, con i fatti oltre che con le parole, che è proprio così. Medjugorje radica nel cuore questa verità. Salire sul monte Krizevac, dove nel 1933 una grande croce fu posta dai fedeli del luogo dopo che l’avevano portata in cima pezzo per pezzo sulle spalle, ti fa capire che la bellezza della fede non è all’arrivo, quando puoi gustare l’abbraccio liberatorio della Croce con il sole che ti riscalda e ti fa godere di un panorama mai visto, ma durante la salita spigolosa che ripercorre le 13 stazioni della Via Crucis. Cammini, sudi, fatichi e inspiegabilmente ti alleggerisci. “Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero” (Mt 11, 28-30): la ragione sta tutta qui. E quando, nello scendere dal Krizevac proprio all’ora dell’apparizione intorno alle 17.40, vedi il sole che comincia a volteggiare fino a diventare una sfera pulsante e poi una specie di ostia, non ti meravigli neanche. Perché capisci che questi sono segni belli ed importanti, ma ciò che conta è il miracolo che è avvenuto nel tuo cuore. La tua croce è rimasta eppure tutto è cambiato: Dio l’ha presa e l’ha trasformata. La paura è passata. Nel cuore c’è solo spazio per la pace. La stessa che provi fissando il Cristo Risorto, statua di bronzo collocata nel piazzale di Medjugorje che da una gamba versa continuamente acqua ma soprattutto che dona costantemente serenità allo sguardo che sappia affidarvisi. Questo è quello che i miei occhi hanno veduto ed il mio cuore ha sperimentato. Non ho visto né miracolismo, né mistificazione. Ho semplicemente vissuto un miracolo più grande, quello del Dio Amore che attraverso la Mamma Celeste entra nella vita delle persone e fa una dolce rivoluzione. Niente è più come prima. Cristo è risorto, per tutti la Salvezza è a portata di mano. Credeteci, convertitevi alla bellezza e alla giovinezza del Vangelo: è questa l’unica cosa che riesco a dire a quanti mi chiedono di Medjugorje. E visto che viviamo in un mondo in cui tutti dicono che è necessario verificare sul campo, con dati empirici, la realtà delle cose, io vi dico: andate a Medjugorje e toccate con mano quel pezzo di Paradiso che è sceso sulla terra.

 

Riccardo Clementi

11 novembre 2007

Questo blog chiude i battenti. Per sempre. Ecco perché:


Oggi è stata una bruttissima giornata. Un ragazzo è morto ucciso da un colpo di pistola non si sa per quale assurda ragione. Andava allo stadio, ma se anche fosse andato a fare un pic-nic, sarebbe stato lo stesso. Non si spara. Mai (ma è inutile infierire, anche "Caino", in questo caso il poliziotto che ha sparato, adesso ha la sua grande ferita da risarcire). Il campionato doveva fermarsi. I tifosi non dovevano fare il casino con cui hanno invaso le strade delle città. Ma quel che mi ha più sconvolto è altro: morto Gabriele Sandri, così si chiamava, subito è partita la caccia all'immagine. E puntualmente si è finiti sul suo blog, segnalato su tutti i siti possibili e immaginabili. Così come era già successo in occasione di altre tragedie. Tutti (me compreso, vi ho pure trovato la bellissima immagine che vedete sopra, pubblicata qui come ricordo di una giovane vita ingiustamente spezzata) si riversano lì, incuriositi, a leggere, guardare, ficcare il naso nel dolore. In pochi si fermano a dire una preghiera, a fare silenzio, a pensare a come si potrebbe vivere, nei piccoli gesti quotidiani, affinché queste tragedie non si ripetano più. Senza volerlo, forse anche a fin di bene, si scatena un “voyeurismo”, che rompe gli argini tra pubblico e privato, che rende nuda l'intimità, che spezza le barriere tra l'interiorità e l'esteriorità.

Un paio di post fa, avevo detto che "quando ho iniziato a scarabocchiare su questo blog, non l'ho fatto per esibizionismo - che pure è stato, e a volte tuttora ritorna fuori, un mio grande difetto per molti anni - né per fare un diario dei pettegolezzi. L'ho fatto perché il mondo del giornalismo spesso mi ha scottato, per non dire bruciato, cosicché volevo provare a trattare e parlare dei fatti, a discutere degli avvenimenti, a ragionare della complessità del mondo, in modo diverso dal metodo adottato dai mezzi di comunicazione". Già: l'ho detto. Ma, guardandomi dentro, mi rendo conto che non sempre ci riesco. Perché il blog per sua natura rischia di essere un luogo in cui si espone troppo se stessi, dicendo anche il superfluo, quello che non importerebbe scrivere e che pure si digita alla tastiera solo per sentirsi importanti, al centro della scena. Un mio caro amico - e per me maestro di vita - mi ripete spesso, con tono di rimprovero ma intriso d'affetto: "sì, magari scrivi anche cose interessanti, ma principalmente lo fai per autocompiacimento. Quando sarai maturo, smetterai".

Ha ragione. Credo sia l'ora di diventare grandi. E di finirla. Con i blog, con le foto, con quello scrivere che è un incrocio tra un (tentativo di) angolo intellettuale, un diario ed un mix di rubriche, con molta, troppa emotività che a volte si specchia in se stessa, inutilmente. E' l'ora di iniziare a fare meno stronzate a giro, meno sfuriate, meno scatti d'ira o d'orgoglio, meno gesti esuberanti, meno atti esibizionistici. Soprattutto, è l'ora di iniziare a fare più fatti. Di essere più testimonianza. Silenziosa, ma sincera, vera. Meno vistosa, più efficace. E' l'ora di essere meno un albero che cade, facendo tanto rumore, e di provare ad essere una foresta che cresce, senza tonfi né esplosioni. Ma con tanta serenità. E' l'ora di essere come il tramonto alla sera, come uno sguardo d'amore, come una preghiera in un monastero, come una mano che accarezza un volto, come una madre che ammira il frutto del suo grembo, come un padre che lavora per mandare avanti una famiglia, come un missionario che condivide la sua vita con i poveri, come una goccia di rugiada caduta su un fiore, come un pubblicano che, in fondo al tempio, si batte la mano sul petto e invoca "abbi pietà di me".

Su "Repubblica" di venerdì 9 novembre, le pagine di approfondimento di R2 erano dedicate alla "You Tube Generation". Scriveva Gabriele Romagnoli: "quali sono le ragioni che spingono un numero crescente di persone, sempre più giovani, verso questo altrove, che sarebbe la rete? La risposta, probabilmente, si chiama SEM, acronimo che comprende Solitudine, Esibizionismo, Mercato. Tutte e tre le componenti esistono da tempo, ma nell'universo parallelo si coalizzano. Prendiamo il blog. In fondo è la versione contemporanea del diario. Il diario è, inevitabilmente, solitudine. Lo si scrive in prima persona, in una stanza chiusa, soli contro il mondo, confessando, analizzando, per abitudine adolescenziale, suggerimento del terapista, ossessione di documentare, almeno a se stessi. Nella sua espressione primitiva il diario era segreto: un quaderno con il lucchetto, riposto in un cassetto chiuso a chiave, in una stanza nella quale era proibito l'ingresso. Violarne l'intimità era considerato peccato mortale, del genitore o del partner. Nella solitudine odierna si compilano blog. L'esibizionismo spinge a metterli in rete, a disposizione di chiunque. Tutti possono sapere non soltanto le opinioni politiche di Tizio.com, ma anche le peripezie sentimentali di Caia.org. Se, in una qualsiasi sala chiedete di alzare la mano a chi è stato almeno una volta ripreso dalla televisione, vedrete la metà delle persone sollevarla. Le altre tengono un blog. E' la rivincita degli esclusi".

C'è del vero, in queste parole. Forse c'è anche qualche errore, qualche giudizio di troppo. Ma c'è indubbiamente del vero. Anche io ho sempre cercato di non fare del blog un diario delle capriole sentimentali, ma c'è poco da fare: a volte, spesso, sono caduto nella trappola. In qualche modo, il blog è una forma di protagonismo. Spesso ho citato Dio in questo blog. Ma un vero cristiano (il discorso vale comunque anche per un non credente, che sia un uomo di buona volontà) non ha bisogno di uno spazio, virtuale o reale, per dire chi è, quello che pensa, quello che fa, quello che lo addolora e quello che invece lo rende felice. Non ne ha bisogno perché, se costui è un uomo di fede (o, appunto, un uomo di buona volontà, pur non credente), lo dice con la propria esistenza. Lo testimonia con la propria vita. Umile, silenziosa, ma coerente e tenace. Aggrappata a quel Dio, con cui troppo spesso si rischia di sciacquarsi la bocca senza farlo penetrare nell'anima. "Il primato della contemplazione nel luogo dell'azione", deve essere questa bellissima espressione - da me presa in prestito per l'occasione da quel mio carissimo amico, che è anche maestro - a condurre per via un cristiano autentico. Che quella solitudine, che è disperazione, non la conosce perché, anche se è isolato su un eremo, nella contemplazione sa dialogare con il mondo intero, esserne parte, soprattutto esserne motore fino a spostare le montagne con un briciolo di fede, a patto che sia vera. E allora il blog non serve più: perché alla contemplazione, che dà ispirazione, seguono direttamente i fatti. I gesti concreti. Che possono essere anche degli scritti, delle lettere, dei libri. Ma non uno spazio necessariamente sempre aggiornato - qual è un blog - e quindi a volte riempito di cianfrusaglie. Che finiscono per oscurare l’essenziale. Poi ci potrà essere del buono anche in un blog. Ma a me, personalmente, per la mia crescita umana, sociale e spirituale, in questo momento fa peggio che meglio. Con ciò, non disdegno le tecnologie, preziose, se l’uomo sa farne uso con saggezza. Il web, con i suoi spazi aperti, le sue praterie, la sua comunicazione facile ed immediate, rappresenta un’occasione da cogliere, senza però abusarne. È un crinale e, con questo blog, credo di essere scivolato un po’ sul secondo versante, dell’eccesso e dell’esagerazione. È per questo che il web, almeno per me, resterà una risorsa, che tuttavia proverò ad usare con maggiore lungimiranza ed oculatezza. E certo, con questa scelta, non dimentico che i talenti vanno coltivati e spesi per il bene di tutti: a volte, anche saper scribacchiare qualcosa può essere un talento. Ma non in un contesto in cui tutto rischia di parlare di sé. Altrimenti il proprio ego fa ombra al talento e soprattutto al terreno cui il talento è destinato per diventarne humus, seme e pianta. Quindi, a parte il fatto che non è che brilli poi così tanto nello scrivere, se proprio devo scrivere, voglio non farlo più a vanvera, ma solo quando è opportuno, in modo essenziale, sobrio. Quando e dove mi sarà indicato, se sarò capace di leggere i segni dei tempi.

A questo proposito, mi è piaciuta molto la prima lettura della Liturgia di oggi: “In quei giorni, ci fu il caso di sette fratelli presi insieme alla loro madre; il re cercò di costringerli, a forza di flagelli e nerbate, a cibarsi di carni suine proibite. Il primo di essi, facendosi interprete di tutti, disse al re: “Che cosa cerchi di indagare o sapere da noi? Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le patrie leggi”. E il secondo, giunto all’ultimo respiro, disse: “Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re del mondo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna”. Dopo torturarono il terzo, che alla loro richiesta mise fuori prontamente la lingua e stese con coraggio le mani e disse dignitosamente: “Da Dio ho queste membra e, per le sue leggi, le disprezzo, ma da lui spero di riaverle di nuovo”; così lo stesso re e i suoi dignitari rimasero colpiti dalla fierezza del giovinetto, che non teneva in nessun conto le torture. Fatto morire anche questo, si misero a straziare il quarto con gli stessi tormenti. Ridotto in fin vita, egli diceva: “È bello morire a causa degli uomini, per attendere da Dio l’adempimento delle speranze di essere da lui di nuovo risuscitati; ma per te la risurrezione non sarà per la vita”. Il coraggio della testimonianza mi affascina. Non teme la morte, non teme la sconfitta, non teme il buio. Perché intravede, in tutta la sua azione, la luce che verrà dopo. Noi viviamo in continua apprensione, cercando di allontanarla, la morte. Di esorcizzarla. Di non pensarci. Come se fosse altro da noi. Ma se davvero fossimo capaci di guardare oltre, sapremmo di essere più grandi della morte. I piccoli immensi uomini e donne, che hanno fatto la storia, questo lo sapevano bene. Ed hanno saputo amare la vita quanto la morte.

Il rischio è questo: perdere la bussola, smarrire la rotta. Sfuggire alla morte e, in questo scappare, sfuggire anche alla vita. Rifugiarsi in un blog, in una vita che non sai più se è recita o realtà. In un’azione che spesso è agitazione. In un frullare come una trottola, che non si ferma mai a pensare, a meditare, a contemplare. Una cosa è il gioco di squadra, un’altra è lo spunto personale che è bello sì, ma solo se è inserito in una logica di equipe. Potrò ricominciare a scrivere su un blog, se esso sarà di un gruppo che si impegna per gli altri: lo farò magari quando sarà pronto il sito di "Tornare Testimoni" oppure con l’Opera La Pira oppure con altre realtà che indirizzano tutta la loro azione, volontaria e gratuita, nell’orizzonte in cui l’unica vittoria è il dono di sé per gli altri. Diceva La Pira: "quando Cristo mi giudicherà, io so di certo che Egli mi farà questa domanda: Come hai moltiplicato, a favore dei tuoi fratelli, i talenti privati e pubblici che ti ho affidato? Cosa hai fatto per sradicare dalla società la miseria dei tuoi fratelli e, quindi, la disoccupazione che ne è la causa fondamentale?”. Beh, se trascorrerò mezza vita a scrivere su questo blog, cosa risponderò al Padre quando mi porrà questa domanda? La Pira ha creduto veramente che valesse la pena vivere per rispondere, umilmente, a testa bassa, alla grande domanda di Dio, con queste parole: “pur con tutte le mie debolezze, per cui chiedo perdono, ho messo una goccia nel grande mare”. Tanto che l’amore, con cui il Professore si è donato al mondo, a Firenze, ai giovani, ai fratelli tutti ed incondizionatamente, ha lasciato una scia che tuttoggi è palpabile, si tocca con mano, si respira nell’aria ed è tangibile nei gesti di chi prova a percorrere il sentiero di Isaia da lui tracciato. La scorsa settimana hanno traslato il suo corpo dal cimitero di Rifredi alla Chiesa di San Marco: quando sono andati a prenderlo, esso, dopo trenta anni dal giorno in cui aveva cessato le attiività cosiddette biologiche, era incorrotto. Intatto. Nessun giornale, se non un coraggioso giornalista de “L’Osservatore Romano” ne ha dato notizia. Perché si tratta di un fatto scomodo. Ma La Pira non ha bisogno che i giornali parlino di lui e del suo corpo che è lì, preservato da Dio. Perché per lui parlano i fatti. Perché lui ha vinto la morte e per questo il suo corpo non deve ridursi in cenere, prima che il grande Padre della terra e del cielo glielo restituisca. I santi il corpo non lo perdono mai, perché il connubio tra spirito e carne, tra anima e corpo è già scritto indelebilmente nelle loro esistenze. E la santità non è un miraggio. È alla portata di tutti. Anche delle persone apparentemente più normali che vi siano. Non passa dal web, non passa da un blog, non passa dal mostrare se stessi. Bensì dal donare se stessi. Agli altri, alla donna che ami, ai figli di cui Dio vorrà farti dono, ai fratelli poveri e ricchi, lontani e vicini, alla natura che ti circonda. Nel nascondimento, nel silenzio, senza bisogno di raccontarlo o di gridarlo ai quattro venti, perché la brezza leggera dell’amore arriva laddove neppure una mail, un blog, un video su you tube, un’antenna satellitare o una parabola sono in grado di giungere.

Le nostre vite, però, tra blog, grandi fratelli, isole dei famosi, marie de filippi e compagnia bella, stanno diventando uno spettacolo continuo, una sceneggiata infinita, fino al punto da risultare stucchevole. Pare di essere stati catapultati dentro “The Truman Show”. Ma per noi è diverso. Noi non vi siamo nati: lo abbiamo scelto, ce lo siamo cercati. E, come vi siamo entrati, possiamo uscirci. Per me è arrivato il momento. E come Truman salgo le scalette del mondo virtuale, da cui ho fatto avanti e indietro fin troppo, apro la porticina ed esco nel mondo, quello vero (che già frequento spesso... uè, non ci sbagliamo!), per rimanerci sempre - in collegamento con il Cielo, se ad esso sarò capace di abbandonarmi - e provare a tornare il bambino che ero nella foto sotto: puro, vivace, pronto alla rivoluzione del cuore, anziché a quella delle parole spesso sguaiate e gridate. Leggerò di più. Studierò di più. Frequenterò più silenzi. Amerò di più. Non so se ci riuscirò. Ma lassù, laddove conta essere valutati in questo tipo di attività, non sono i risultati a fare la differenza, ma semplicemente il provarci. Con il cuore. E questo, sì, sento di poter dirlo: ci proverò… Ah, quasi dimenticavo! Prima di andare: “casomai non dovessimo rivederci, Buon pomeriggio, Buona sera e Buona notte a tutti!"




permalink | inviato da riccardoeschimese il 11/11/2007 alle 23:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (23) | Versione per la stampa

12 settembre 2006

L'Eschimese... come e perchè

Nasce "L'Eschimese". Un blog, ma anche qualcosa di più. Una rubrica, un luogo di scambio, un distillato di pensieri. L'Eschimese, che forse troverà spazio anche su Europa Toscana, inserto settimanale di Europa, il quotidiano della Margherita, è una dichiarazione di ricerca. E' una generazione, quella dei giovani, che bussa alla porta, dei grandi. Pronta anche a dare una spallata, pur di aprirla. Nella consapevolezza che probabilmente, se quella porta del mondo degli adulti spesso non si apre, forse la responsabilità è anche delle nostre fragili spalle, poco abituate a sorreggere pesi, temperature e responsabilità di un certo calibro.
E allora ecco il nome: l'eschimese. Ed eccone il come e il perché:
Primo perché sono juventino e, dopo la caccia all'untore estiva di cui siamo stati vittime, ci ritroviamo ad una temperatura proibitiva di -17 (diventati -16 dopo il triste punticino rimediato a Rimini). Fa freddo, laggiù, nell'inverno gelido della B. Un clima a cui, sportivamente parlando, non ero abituato. Ma, per crescere e diventare, o meglio tornare, grandi, bisogna attraversare l'inverno. Non solo nel calcio. Anche nella vita, in ogni sua dimensione.
Secondo perché vedere un eschimese in Toscana, a Pontassieve, dove abito, non è un fatto per così dire consolidato. Tanto per dire che è praticamente impossibile. E infatti questo blog e questa rubrica tratteranno argomenti di cui non si sente soventemente parlare. In uno stile che tuttavia cercherà di rimanere propositivo e mai solo e soltanto controcorrente e contestatore.
Terzo perché "eschimese" deriva dalla parola degli indiani "wabanaki eskimatsik", che significa "mangiatore di carne cruda". Questo è un blog per chi è convinto che questa generazione, la nostra generazione figlia degli anni '80, aprirà quella maledetta porta di accesso al pianeta dei grandi soltanto il giorno in cui si deciderà a "sviziarsi" per tornare a mangiare carne cruda. A soffrire. A rinunciare a qualche comodità. A lottare. Ad amare. Esercizi che molti tra noi si sono dimenticati.




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